tradimenti
Vanessa
19.10.2025 |
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"Poi, la sorpresa promessa: se lo infilò tra i seni pieni, stretti, in una spagnola vorace, ingoiando il più possibile, flettendosi sulla punta con la bocca..."
Il mio ingresso nella nuova filiale di Milano non cercava collaborazioni, ma carne fresca. Il solito, avido sguardo del predatore in cerca di prede disponibili. Ma le mie aspettative furono presto deluse. Le colleghe, belle o meno, erano tutte segnate da anelli, fidanzati o mariti. La stagione di caccia sembrava chiusa in anticipo.Poi c'era Vanessa. Trentacinque anni, un figlio piccolo e un marito. Era lei il mio cruccio, la mia ossessione silenziosa. Non la magrezza patinata delle modelle, ma la pienezza opulenta di una donna che conosceva il suo potere: gambe sode che sfidavano le gonne a tubino, un seno che immaginavo come coppe traboccanti. Parlavamo di lavoro, di vita, persino di tradimenti, ma lei era inflessibile: adorava suo marito, non lo avrebbe mai tradito. Diceva.
Le sue gonne a tubino erano la sua armatura e il suo invito. Ogni volta che entravo nel suo ufficio al trentasettesimo piano, lei incrociava e scavallava quelle cosce con una lenta, voluttuosa indifferenza, sapendo esattamente dove si posava il mio sguardo. E un giorno, quel lampo. Un fugace, bollente scorcio di raso nero lucido sotto l'orlo stretto.
La scintilla divampò quando mi chiese aiuto per un documento smarrito. Trovai il foglio. Glielo porsi. Lei si avvicinò con un contatto caldo e inatteso. Mi sfiorò i capelli, lasciando un bacio appena umido all’angolo della bocca. Un lampo di promessa lasciva. «Sei un tesoro, Dario.»
Poco dopo, origliai la sua conversazione: l'auto d'epoca del marito in carrozzeria. Senza mezzo per raggiungere l'ufficio per l'intera settimana. Sapevo che era la mia occasione.
«Tu passi per Lambrate, vero?» mi chiese quella sera, all’uscita. I suoi occhi mi bruciavano addosso.
«Sì, ma per te posso fare qualsiasi deviazione,» risposi, il mio tono già carico di sottintesi.
«Mi serve un passaggio. Solo per qualche giorno.»
«Sarà un piacere, Vanessa.» Avrei attraversato il paese intero per averla per mezz’ora in un’auto chiusa. «Domani mattina alle otto. Sii puntuale.»
«Perfetto.» Mi diede un altro bacio, questa volta più misurato, ma con la lingua che sfiorò impercettibilmente il mio labbro inferiore.
Mi feci una doccia fredda, preparandomi non per un passaggio, ma per una caccia. Lei mi aspettava sotto il palazzo, in un quartiere borghese che puzzava di rispettabilità. Indossava un vestitino color cipria, aderente e sfacciatamente corto, un esplicito invito al peccato. Entrò in auto, l'aria satura del suo profumo. Il saluto fu una stretta di mano ferma, il calore della sua pelle che mi bruciò la carne.
Ci ritrovammo bloccati nel denso, metallico traffico milanese. La stoffa della gonna cipria, stretta dal movimento, si ritirò lentamente, risalendo le sue cosce piene. Non stavo guardando la strada, non potevo. Riuscivo a distinguere il bianco nitido delle sue mutandine di pizzo.
«Attenzione, Dario. Guarda la strada,» mi sussurrò lei, la voce bassa, un sorriso da predatrice sazia che mi incoraggiava a disubbidire. «Non farti distrarre dalle mie gambe. Ho una sorpresa.»
Tirò fuori il cellulare, chiamò l’ufficio e inventò un imprevisto, la voce professionale e irreprensibile. Riattaccò. Poi compose il mio stesso numero di ufficio e mi porse il telefono, i suoi occhi di brace un ordine muto. Feci lo stesso.
«Voglio scappare. Voglio la campagna,» affermò, la voce ora roca di desiderio crudo. «È parecchio che non mi concedo una piccola evasione.» Prese la mia mano, la sollevò e la posò decisa in cima alla sua coscia.
«In ufficio mi accorgevo di come mi osservi. Soprattutto le gambe,» continuò, non un filo di imbarazzo, solo possesso. «Ti piacciono?» Non attese risposta. Con un movimento fluido e violento, sfilò la mia mano tra il tessuto della mutandina.
Era già madida, umida, calda. Cominciai a sditalinarla con la destra, accarezzando la carne ribelle sotto il raso sottile. Guidavo con la sinistra, il sangue che pulsava nelle tempie. Il piacere la invase rapidamente, senza filtri. Non ci volle molto. Un gemito strozzato, un’improvvisa, violenta tensione del corpo contro il sedile in pelle. Raggiunse un orgasmo brutale e sporco, lì, in pieno traffico milanese.
Dopo, si ricompose, i muscoli rilassati, l’odore di sesso e adrenalina nell’abitacolo climatizzato. Accelerai. Volevo un luogo isolato. Volevo montarla senza pietà in un posto dove nessuno potesse vederla o sentirla implorare.
Trovai un bosco dimenticato nel Pavese. L’auto parcheggiata vicino a un piccolo laghetto alimentato da una sorgente fresca. L’aria era satura di profumo di terra umida e muschio. Vanessa si svegliò, un oh di meraviglia sulle labbra.
«Adesso, meriti un premio,» disse, gli occhi che brillavano di perversione. «Per questo posto e per l’orgasmo in macchina.»
Afferrò la cerniera dei miei pantaloni. Me li sfilò, insieme ai boxer. Il mio cazzo era già una spranga dura, pulsante. Vanessa si chinò, prendendolo in bocca con un’avidità feroce. Lo succhiò, lo leccò, poi giocò con la punta con i denti. Poi, la sorpresa promessa: se lo infilò tra i seni pieni, stretti, in una spagnola vorace, ingoiando il più possibile, flettendosi sulla punta con la bocca.
Non resistetti più. Il mio sperma esplose in un getto violento. Parte finì sul suo viso, parte sul vestito cipria che ancora indossava.
«Adesso siamo pari,» mi disse, la lingua umida che ripuliva gli angoli della bocca con un gesto osceno e voluttuoso.
Le strappai il vestitino, ormai macchiato, poi lo slip bagnato e il reggiseno. La lasciai oscenamente nuda. Mi levai la giacca, la cravatta, la camicia, preparandomi a possederla di nuovo.
«Bagniamoci,» proposi, indicando la sorgente. Volevo il contrasto, la crudezza dell’acqua gelida e il calore dei nostri corpi.
Non se lo fece ripetere. Mi afferrò il cazzo, già turgido per il rinnovato desiderio, guidandomi nell’acqua fresca. Il mio corpo reagì, il suo rabbrividiva. Cominciai ad accarezzarle la pelle, dalle spalle, scendendo ai seni che si ergevano duri, i capezzoli già turgidi.
Il mio cazzo era ben saldo, un segno di eccitazione inarrestabile. Le mie mani accarezzavano la sua bocca, i seni, il culo sodo e inerme. Lei gemeva, urlando il mio nome.
«Adesso sfondami, ti voglio dentro. Prendimi da padrone.»
Non aspettavo altro. Il mio uccello penetrò la sua fica calda e accogliente con un colpo deciso, mentre l’acqua ci accarezzava i piedi. La stantuffai con una violenza ritmica e primitiva. Raggiunse un nuovo orgasmo, il suo corpo che si contraeva nell'acqua come sotto una scossa elettrica.
Mi sedetti nell'acqua per rallentare il piacere, lasciando a lei il controllo. Non esitò. Il mio cazzo saliva e scendeva, guidato dai suoi movimenti veloci e selvaggi. Quando sentii che stava per venire, non potei più trattenermi. Venimmo contemporaneamente. Le riversai tutto il mio sperma nel profondo della sua fica bramosa. Lei massaggiava le mie palle, spremendo fino all’ultima goccia, un gesto di possesso finale.
Ci baciammo con lingua e passione, lei continuava ad accarezzare il mio cazzo, ormai senza forze.
Ci sdraiammo sull’erba morbida, esausti e complici, il sole che ci asciugava lentamente. Ci svegliammo affamati, verso le sedici. Mangiammo i panini che aveva portato, l'odore di maionese e pane nell’aria.
Mentre ci rivestivamo, lei mi si avvicinò, l’espressione trasgressiva che le illuminava il viso.
«Mi vuoi fottere anche in culo, amore mio?»
Il tono era supplichevole, una preghiera oscena che rompeva tutti i suoi precedenti tabù. «Con mio marito non l'ho mai voluto fare. Ma con te è diverso. Sento che mi farai gridare.»
La osservai, il mio sguardo pieno di dominio. «Ma non avevi detto che non avresti mai tradito tuo marito?»
Vanessa sorrise, con una luce nuova negli occhi, quella della liberazione. «Questo desiderio ce l'ho dal primo giorno che ti ho visto. Quel giorno, quando mi hai accarezzato i capelli, per poco non ti saltavo addosso. E in questi giorni, per fortuna, l’auto si è rotta. Il passaggio potevo chiederlo ad altri, ma non ho resistito. Sapevo che anche tu avevi la stessa fame.»
«Allora, cosa aspettiamo?»
«Prendimi. Fammi godere, selvaggiamente.»
La feci posizionare alla pecorina. Le braccia strette all’albero, il culo esposto, vulnerabile e sodo. Allargai le natiche. Presi il mio gel lubrificante – il nostro segreto profumo di peccato. Con le dita, ne cosparsi lo sfintere, preparandola. Lei gemeva, già bagnata di desiderio. Spalmando il tronco del mio uccello, lei urlò.
«Fottimi, forza! Voglio il tuo torello tutto dentro. Sfondami il culo! Sono la tua puttana.»
Non aspettai. Con un colpo deciso, violento, glielo infilai. Un grido acuto, un lamento di dolore si ruppe nell'aria.
«Non voglio più. Basta, mi fai troppo male. Lasciami!»
Quando stavo per uscire, mi trattenne, spingendo indietro il bacino. «Più forte. Vai. Ancora.»
Ripresi il ritmo, affondando. Con una mano le sgrillettai il clitoride, con l'altra le accarezzai il seno, il capezzolo indurito. Lei raggiunse l'orgasmo finale in un urlo di capitolazione: «Ohhhhhh, godooooooo!»
Non ce la feci più a trattenermi. Le riversai tutto il mio piacere nel suo culo caldo, che sembrava aver atteso solo il mio seme.
Ci rivestivamo in un silenzio intimo, gli abiti stropicciati dal sesso e dal muschio. La riaccompagnai a casa. In macchina, non era ancora sazia. Si sditalinò con le mie dita, raggiungendo un ultimo, voluttuoso orgasmo. Prima di scendere, mi fece promettere, con voce roca e gli occhi chiari: «Dario, mio marito non sa cosa si è perso. E tu non devi smettere di prendertelo.»
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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